mercoledì 13 giugno 2012

I buoni sentimenti





Rispondo qui al post dell’amico Antonio Nardi che, in http://blog.studenti.it/domenicalaura/in-un-paese-libero-il-carcere-e-sempre-uneccezione/, ha inteso commentare il mio recente “Fumo di Londra”


Caro Antonio,
dovremo finirla, prima o poi, con la gara dei buoni sentimenti. Ci stanno uccidendo!
Come dovremo, prima o poi, smettere di essere contraddittori. Sono anni che sentiamo definire questo come ladro, quello come malfattore, che sentiamo parlare “di rete di interessi”, che sentiamo proclamare l’inutilità delle denunce, l’immobilismo della magistratura e l’intoccabilità di una “presunta” cupola di affari che tutto controlla. Che non riusciamo a spiegare certe scelleratezze amministrative, certe pratiche insensate e antieconomiche o l’incredibile lievitare dei costi di certe opere pubbliche che rendono incerta la pianificazione della spesa. Siamo così abituati a questo vano, impotente bisbiglio, a queste “maldicenze” sussurrate, ai conseguenti luoghi comuni per cui “son tutti uguali”, per i quali “tanto non c’è nulla da fare”, che si è finito per considerare certi fatti, o ipotesi di fatti, quasi come ineludibili “necessità” dell’ambiente, al pari, come dire, dei temporali, della brina a febbraio o delle polveri sottili nei centri urbani. Al contempo, tanto non costa nulla e in certi ambienti può anche far figurare, alcuni, molti per la verità, esaltano Saviano  fino a farlo diventare un mito, un emblema, mentre altri, a molti dei quali immagino importi poco meno di un fico, celebrano, come prefiche a cottimo, Falcone e Borsellino, ai quali, per stare alla moda, si intitolano strade, piazze, auditori, scuole, aule di tribunale e forse anche piscine. O, del pari, si fanno trasmissioni televisive e convegni per ricordare giornalisti e sindacalisti fatti sparire, forse nell’acido come qualche bimbetto. E qui, oggi, che si fa, che atteggiamento si assume? I “nostri”, oggi, questa volta, non sono fatti distanti, che non toccano. Dunque, quale metro adottare? “Che si fa, si prende tempo?... Non si sa mai, la città è piccola… Ci si conosce tutti… Eppoi, mica era roba di qualcuno in particolare…”  Per carità: rattristiamoci in volto, assumiamo una faccia di circostanza…  Del resto mia cognata è amica della signora… E come si fa!”
L’Italia sprofonda nelle ruberie, nel malaffare più diffuso, la povertà cresce, la gente è strangolata dalle tasse, i cosiddetti ceti medi di un tempo sono trascinati verso la miseria  per le scelleratezze di politicanti incapaci e qui ci si perde in disquisizioni che, credimi, in un quadro tanto pernicioso, – per quanto legittime – a me paiono bizantine. La privazione della libertà è un’eccezione. Certo! E allora? Anche la violazione delle regole dovrebbe essere un’eccezione, rarissima, anzi non dovrebbe neppure darsi! Ma invece qui pare essere la regola. Così, credimi, certe preoccupazioni, certi richiami ai principi, mi sembrano quasi come l’attardarsi a sistemare il nodo della cravatta mentre la nave sprofonda e la sirena insistente chiama alla scialuppa. Del resto, per contro, non vedo nessuno, fra tanti buoni in gara, che manifesti uguali riguardi o si preoccupi, caro Antonio, dei disgraziati che, in manette, il cellulare scarica e riporta addietro dal tribunale; nessuno che io senta, nella strada vicina o in piazza, invocare per loro la sospensione del giudizio (che certo sarebbe un pregiudizio) fino all’ultimo grado. Nessuno, mai, che conosca o sia parente anche lontano di costoro. “Sono delinquenti e quindi hanno ciò che si meritano! E per loro non ci sono avvocati di grido o principi del foro. Inorridita invece, oltre l’opportuno silenzio, si leva qualche voce preoccupata e iper garantista – come ho sentito personalmente – quando si tocca il “salotto” buono  o una qualche “associazione culturale” esclusiva.
Che dire? Cosa pensare?
Oggi – è un luogo comune – la mafia, anzi le mafie, “fanno” impresa: vestono il doppiopetto, assumo abiti da dirigente di azienda, da banchiere…  Si infiltrano, occupano amministrazioni, colonizzano territori, si impossessano della gestione degli appalti… Noteresti tu, dunque, una qualche sostanziale differenza con i “fatti” nostrani se domani tutto risultasse certificato? Non ti parrebbe materia da sillogismo?
Già, ma il lavoro!... L’economia locale…” Qualcuno dirà! E perché, facendo le cose “a modino” il lavoro non ci sarebbe stato? Non sarebbe stato più tutelato? Ché, forse, non avrebbero trovato un po’ di lavoro anche altre imprese oltre ai soliti noti? E non sarebbero in più ad aver lavorato se parte del denaro non avesse preso altre vie come qualcuno ipotizza?
Ora, caro Antonio, ribadisco: provo piacere quando questo o quel capo mafioso viene arrestato, quando, in televisione, vedo la mano del carabiniere che, per farlo salire sull’auto, lo forza a chinare il capo. Quando lo Stato – una buona volta – sembra prevalere nella lotta. Perché non devo provare altrettanto compiacimento quando questo accade sotto casa, nei confronti di chi – sempreché ne sia dimostrata la colpevolezza –, per anni, avrebbe frodato la nostra comunità approfittando del denaro di tutti?
Perché non devo gioire quando, “finalmente”, la magistratura si muove per dimostrare – quanto meno in prima battuta – che la Legge è uguale per tutti? Ché, forse, non dobbiamo riaprirci alla fiducia, allorquando i magistrati, contrariamente all’idea che ci eravamo fatti, dicono a tutti che “intoccabili” non ce ne sono?
Io, caro amico, spero sia vero. E aspetto.
Tuo Umberto


Immagine:
George Grosz, I pilastri della società, 1926